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RESTAURO E CONSERVAZIONE

Prima conoscere, poi decidere.

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Ogni intervento nasce dalla conoscenza dell'oggetto. 

Prima di intervenire cerco di costruire un quadro il più possibile completo dello strumento, raccogliendo tutte le informazioni che può fornire: la materia, la costruzione, le tecniche, le trasformazioni, le tracce dell'uso, la storia e la documentazione disponibile. L'osservazione diretta rimane il punto di partenza.

A questa possono aggiungersi la documentazione fotografica, la fluorescenza visibile indotta da radiazione ultravioletta e, quando necessario, indagini diagnostiche non invasive.

Per queste ultime mi avvalgo anche della collaborazione del laboratorio Arvedi di diagnostica non invasiva al Museo del Violino di Cremona, per indagini quali radiografia, XRF e FT-IR. 

La diagnostica non sostituisce l'osservazione.

Serve ad aggiungere informazioni, a verificare ciò che osserviamo e, in alcuni casi, a mettere alla prova ciò che pensiamo di sapere. 

Conoscere significa anche distinguere ciò che possiamo osservare e documentare da ciò che possiamo soltanto interpretare o ipotizzare. E significa riconoscere ciò che non possiamo sapere. Quando questo quadro è stato costruito, la decisione sull'intervento è in gran parte già maturata. Il lavoro manuale arriva per ultimo: è la conseguenza di un processo di osservazione, ricerca, interpretazione e scelta. Per questo, prima di decidere come intervenire, è necessario capire anche se sia davvero necessario intervenire.

Mandora a sette ordini di Andreas Ferdinand Mayr, Salisburgo, 1774.

Attualmente conservato in una collezione privata in Svizzera, lo strumento subì sostanziali modifiche nel corso del XIX secolo, quando venne trasformato in una chitarra a sei corde singole. Una ricostruzione parziale della sua configurazione precedente è stata effettuata a seguito di un approfondito studio comparativo di altri strumenti dello stesso autore, in particolare della mandora datata 1735, conservata presso il Musical Instrument Museum dell’Università di Lipsia (Inv. 504).

Oltre alla ricostruzione degli elementi mancanti, sono stati eseguiti interventi conservativi e strutturali per affrontare le fessurazioni e le scollature presenti nel guscio originale. L’approccio concordato prevedeva l’integrazione visiva degli elementi ricostruiti con le parti originali superstiti. L’intero intervento, comprese le osservazioni, le interpretazioni e le motivazioni alla base di ogni decisione, è stato ampiamente documentato.

Lunghezza vibrante: 60,5 cm. Accordatura: mi′ a La = 415 Hz. Montatura provvisoria con corde in Nylgut.

Conservare, restaurare, riutilizzare.

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Conservare non significa necessariamente intervenire. La prima attenzione è rivolta alla conservazione delle materie e alla stabilità dell'oggetto, considerando allo stesso tempo le trasformazioni che ha subito nel corso della sua storia e le informazioni che queste trasformazioni possono ancora contenere. Una modifica non appartiene necessariamente alla fase originaria di costruzione dello strumento per essere significativa. Se è entrata nella sua storia, può essere diventata essa stessa parte dell'identità materiale e documentaria dell'oggetto. Per questo ogni intervento deve essere valutato in relazione a ciò che è necessario conservare, a ciò che può essere modificato e a ciò che deve invece essere lasciato intatto. Solo all'interno di questo quadro può essere valutata anche la possibilità di restituire lo strumento alla sua funzione musicale. Riutilizzare uno strumento storico non significa semplicemente renderlo nuovamente funzionante. Perché il riutilizzo abbia senso, devono esistere le condizioni per ricostruire e mantenere un contesto coerente con ciò che lo strumento documenta: materiali e corde disponibili, informazioni sul corista e sull'accordatura, repertorio e modalità d'uso, oltre alla possibilità di mantenere nel tempo queste condizioni attraverso una corretta prevenzione. Quando questi requisiti possono essere rispettati, il riutilizzo può diventare parte stessa della conoscenza dello strumento: una possibilità di ascoltarlo e comprenderlo attraverso un'interpretazione di un suono storicamente informato dell'oggetto. Altrimenti, la funzionalità non può essere considerata un valore sufficiente a giustificare un intervento che comprometta il suo valore documentario.

Mandolino a cinque ordini di Andrea Weber, Genova, 1717.

Di particolare interesse storico, questo strumento è l’unico esemplare superstite conosciuto di Andrea Weber e il più antico dei cinque mandolino genovesi del XVIII secolo giunti fino a noi. Le sue caratteristiche costruttive costituiscono un importante riferimento per lo studio comparativo degli strumenti successivi appartenenti alla stessa tradizione regionale, come discusso da Davide Rebuffa nella sua pubblicazione The Mandolino in Genoa in the Eighteenth Century, edita dalla Lute Society. Riscoperto in tempi relativamente recenti, lo strumento si trovava in uno stato di conservazione eccezionalmente buono, rendendo necessario un intervento limitato alla sola tavola armonica. In seguito al restauro, il mandolino è stato utilizzato in una registrazione dal musicista e ricercatore Davide Rebuffa, con l’esecuzione di musiche composte da Francesco Weber, figlio del costruttore dello strumento. 

Lunghezza vibrante: 33,6 cm. Accordatura: sol′ a La = 392 Hz. Corde in budello.

Il compromesso.

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Ogni intervento comporta delle scelte e, con esse, la possibilità di una perdita. Conservare la materia, garantire la stabilità strutturale, mantenere leggibili le trasformazioni storiche, proteggere le informazioni documentarie e, quando possibile, restituire allo strumento una funzione musicale possono essere esigenze contemporaneamente importanti, ma non sempre conciliabili senza conseguenze. Il compromesso nasce proprio da questa complessità.

Non significa cercare una soluzione intermedia, né accettare una perdita come inevitabile. Significa cercare di raggiungere la finalità dell'intervento perdendo il meno possibile. Per questo ogni scelta deve essere proporzionata a ciò che si vuole ottenere: il compromesso deve essere il minimo necessario e, quando possibile, reversibile o almeno rimuovibile. La responsabilità di individuare questo equilibrio appartiene innanzitutto al restauratore, attraverso la comprensione dell'oggetto e delle conseguenze delle proprie scelte. Ma la definizione dell'intervento e della sua finalità deve essere condivisa con chi ne è responsabile: il proprietario, il museo, l'istituzione o, quando necessario, il musicista. 

Il contesto può quindi modificare le esigenze e il grado di compromesso possibile. Ciò che può essere accettabile in uno strumento destinato al riutilizzo privato può richiedere un approccio diverso in ambito museale. Ciò che non può cambiare è la necessità di non trasformare l'intervento in una falsificazione della storia dell'oggetto. 

Non esiste un restauro perfetto e non esiste una conservazione senza conseguenze. Esiste invece la responsabilità di conoscere ciò che si rischia di perdere, di valutare ciò che è necessario fare e di scegliere la soluzione che consenta di conservare il più possibile dell'identità materiale e documentaria dello strumento.

Chitarra a sei corde singole, inizi del XIX secolo.

Uno strumento di particolare interesse organologico, che presenta due etichette storiche: Nicolas Nicco, Lione, 1817, e Nicolas Büttiker, Soletta, 1817. La seconda etichetta è stata scoperta al di sotto della prima durante il restauro, sollevando nuovi interrogativi sull’attribuzione e sulla storia dello strumento. Il riferimento a Büttiker è di particolare interesse in relazione alla storia, relativamente poco documentata, della liuteria chitarristica svizzera. La costruzione dello strumento presenta caratteristiche riconducibili a diverse tradizioni liutarie europee, rendendone particolarmente complessa l’attribuzione geografica. Importanti problemi di instabilità strutturale, che interessavano lo zocchetto superiore e il fondo, hanno reso necessaria la separazione del fondo e del manico, mantenendo assemblate la tavola armonica e le fasce. Gli elementi separati sono stati sottoposti ai necessari interventi conservativi e strutturali prima di essere riposizionati e riassemblati. Il restauro ha offerto l’opportunità di esaminare approfonditamente le caratteristiche costruttive e le testimonianze storiche dello strumento, ripristinandone al contempo la stabilità strutturale e consentendone il riutilizzo musicale storicamente informato.

Lunghezza vibrante: 63 cm. Accordatura: mi′ a La = 430 Hz. Corde in budello.

Una pratica che continua.

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Il restauro non termina con la conclusione dell'intervento. Una parte della responsabilità consiste nel condividere con chi continuerà ad avere cura dello strumento ciò che è stato osservato, compreso e deciso durante il lavoro. Museo, istituzione, musicista o proprietario diventano così parte del processo di conservazione. Conoscere l'oggetto significa anche comprendere le condizioni necessarie per mantenerlo nel tempo, soprattutto quando viene nuovamente utilizzato. Mi auguro che, alla fine del percorso, chi riceve lo strumento possa prima di tutto comprenderlo e valorizzarlo per ciò che è: un oggetto materiale, storico e documentario, con una propria storia e una propria identità. Da questa consapevolezza possono nascere il rispetto, la cura e la responsabilità verso ciò che si è ricevuto. Per questo considero la prevenzione e la trasmissione della conoscenza parte integrante del restauro. L'intervento non dovrebbe soltanto lasciare lo strumento in una determinata condizione, ma contribuire a creare le condizioni perché quella condizione possa essere compresa, mantenuta e, quando possibile, verificata nel tempo. In questo senso il restauro non è un punto di arrivo. È un passaggio all'interno della storia dell'oggetto.

Galichon a cinque ordini di Gregor Ferdinand Wenger, Augusta, 1714.

Nel corso del XIX secolo, lo strumento fu trasformato in chitarra mediante la sostituzione del ponticello originale, senza apportare modifiche sostanziali alla sua costruzione originaria. Lo strumento aveva subito diversi interventi di riparazione nel corso della sua storia, che avevano interessato sia il guscio sia, in misura più significativa, la tavola armonica, il cui spessore era stato inoltre ridotto. Il restauro ha richiesto la separazione dei componenti principali, consentendo di eseguire individualmente i necessari interventi conservativi e strutturali prima del successivo riassemblaggio. Si è deciso di non rinforzare la tavola armonica originale mediante il raddoppio del suo spessore ridotto. Sebbene un intervento di questo tipo ne avrebbe preservato l’aspetto storico, avrebbe anche introdotto nuove proprietà meccaniche e acustiche, rendendo il suono risultante largamente dipendente dal restauro moderno piuttosto che dalla costruzione storica superstite. È stato invece concordato con il proprietario di costruire una nuova tavola armonica, secondo un’interpretazione storicamente informata, basata sull’originale superstite e sulle informazioni comparative ricavate da altri strumenti storici. Questo approccio ha consentito di conservare separatamente la tavola armonica originale, senza ulteriori modifiche strutturali, rendendo al contempo possibile il riutilizzo musicale dello strumento. La nuova tavola armonica è stata concepita come elemento rimovibile, consentendo in futuro il riposizionamento dell’originale. L’ultima fotografia della galleria ritrae il dott. Pietro Prosser mentre suona il galichon restaurato con l’Ensemble Affinità (Vienna) presso il Volkskundemuseum. Lo strumento è stato inoltre utilizzato da Prosser in una registrazione di bass cantatas di Georg Philipp Telemann.

L’esame e il restauro di questo strumento hanno contribuito anche alla ricerca presentata nel mio studio Defining an 18th Century Lute: The Mandora & Calichon, an Organological Study on the Instruments of Gregor Ferdinand Wenger, pubblicato attraverso l’Università di Pavia.

Lunghezza vibrante: 85 cm. Accordatura: la a La = 415 Hz. Corde in budello.

Rimozione selettiva di un precedente rinforzo tessile applicato su carta storica.

L’intervento è stato eseguito sul rivestimento originale in carta presente all’interno del guscio di una tiorba di Giovanni Tesler, Ancona, 1622. Un frammento di tessuto era stato precedentemente applicato direttamente sulla carta storica mediante un adesivo a base di polivinilacetato (PVAc). L’obiettivo dell’intervento era rimuovere selettivamente questa aggiunta successiva, senza compromettere i materiali storici sottostanti, tra cui la carta, l’inchiostro di stampa e l’adesivo originale. A seguito della valutazione dei materiali coinvolti e di prove preliminari per verificarne il comportamento rispetto al trattamento previsto, è stata applicata localmente sul rinforzo tessile una miscela di solventi acetone–etanolo in rapporto 1:1, addensata con Klucel G (idrossipropilcellulosa, HPC). L’area trattata è stata successivamente coperta con un foglio di alluminio per un periodo controllato, allo scopo di limitare l’evaporazione dei solventi e mantenere l’azione della miscela.

Il trattamento è stato concepito per agire selettivamente sull’adesivo PVAc, preservando i materiali storici sottostanti. L’applicazione controllata del sistema solvente addensato ha consentito la rimozione del rinforzo tessile e dell’adesivo associato, senza danni visibili alla carta originale. La sequenza fotografica documenta lo stato di conservazione prima dell’intervento, l’applicazione localizzata della miscela di solventi addensata, la copertura temporanea dell’area trattata, il processo di rimozione e lo stato finale della carta storica riportata alla luce. L’intervento evidenzia l’importanza di conoscere le proprietà chimiche e fisiche dei materiali coinvolti, valutare le loro possibili interazioni ed eseguire prove preliminari per verificare la selettività del trattamento proposto. L’esame finale non ha evidenziato residui visibili dei materiali applicati né alterazioni della superficie stampata originale.

Manutenzione straordinaria di una tiorba contemporanea: un approccio minimamente invasivo alla riparazione strutturale.

Lo strumento, realizzato da un altro liutaio contemporaneo, presentava una fessurazione nella doga centrale della cassa armonica, che richiedeva un consolidamento strutturale dall’interno. Negli strumenti della famiglia del liuto, gli interventi che interessano la struttura interna della cassa armonica richiedono spesso la rimozione parziale o completa della tavola armonica per consentire un accesso adeguato. In questo caso, tuttavia, è stato sviluppato un approccio alternativo per evitare uno smontaggio così esteso. Una piccola porzione del motivo geometrico della rosetta intagliata nel legno è stata accuratamente rimossa, creando un’apertura limitata attraverso la quale è stato possibile accedere all’interno della cassa armonica. Mediante un sistema di magneti, i margini della fessurazione sono stati riavvicinati e stabilizzati. Successivamente, attraverso la stessa apertura, sono stati applicati rinforzi tessili interni per consolidare l’area riparata.

Una volta completato l’intervento, la porzione rimossa della rosetta è stata accuratamente riposizionata, ripristinando la continuità del motivo geometrico originale. Questo approccio ha consentito di risolvere il problema strutturale senza separare la tavola armonica dalla cassa, riducendo considerevolmente l’entità dell’intervento necessario. La fessurazione riparata e l’accesso temporaneo attraverso la rosetta sono rimasti visivamente poco percepibili. La sequenza fotografica illustra come un’attenta valutazione del problema, unita alle possibilità tecniche offerte dalla costruzione dello strumento, possa condurre a un intervento alternativo, specificamente adattato alla situazione. Interventi di manutenzione straordinaria e riparazione vengono occasionalmente eseguiti anche su strumenti contemporanei a pizzico di tipologia storica, realizzati da altri liutai, compatibilmente con la disponibilità del laboratorio.

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